La passio di Sant’Ippolito, riportata dai Bollandisti, racconta come il nostro martire, patrono della Diocesi di Porto – l’attuale Fiumicino – era genere arabs, forse nativo della Persia. Come tanti altri pellegrini, egli era venuto a Roma per venerare le tombe di Pietro e Paolo e si era fermato per qualche tempo nell’Urbe, coinvolto nella vita liturgica e caritativa della vivace comunità cristiana che il Successore di Pietro riusciva a guidare in prima persona, insieme ai suoi presbyteri. Quando si pone il problema di inviare un Vescovo nella città di Portus, dove fioriva l’ampio porto commerciale voluto dall’imperatore Traiano, viene scelto proprio Ippolito. Siamo a metà del terzo secolo, in piena epoca di persecuzioni, quando il semplice nomen cristiano equivale ad una sicura condanna a morte. Giunto a Portus, Ippolito, come ogni buon Vescovo, ha insegnato, ha celebrato i santi Misteri, ha consacrato sacerdoti e si è preso cura delle persone bisognose della comunità che vivendo sul porto fluviale di Roma, più di ogni altra era chiamata ad accogliere i pellegrini cristiani i quali, sotto stretto anonimato, venivano a venerare le tombe degli Apostoli.

Ma il fervore creatosi attorno al Pastore Portuense non rimane nascosto, e ben presto Ippolito viene preso, condotto in carcere, e, dopo un processo sommario con l’invito ad apostatare, condannato a morte. Viene gettato, dice la passio, in altam foveam – in una profonda cisterna piena d’acqua, e subito trascinato a fondo da quei pesi che gli hanno legato alle mani e ai piedi. I persecutori sono convinti di aver cancellato il futuro della comunità dei credenti, ma si sbagliano. Di nascosto, il corpo di Ippolito viene prelevato e gelosamente custodito dai credenti. Appena termina l’epoca delle persecuzioni e Costantino dichiara il cristianesimo religio licita, viene costruita prima una piccola edicola sul luogo del martirio, poi un’ampia Basilica. Il corpo di Ippolito viene posto sotto l’altare maggiore, la testimonianza del primo Vescovo della Città è saldo fondamento per il ministero dei suoi successori. La comunità cristiana cresce e si sviluppa.

Ma la sorte di Portus, città di mare, è legata a quella di Roma, la capitale dell’Impero che pure sta per tramontare. L’Insula Sacra, l’ampio e fertile territorio posta tra il mare, il canale navigabile e la foce del Tevere, ha un’aria malsana, è oggetto delle incursioni dei pirati e di quelle dei barbari, per cui viene abbandonata, gli abitanti fuggono da quelle terre un tempo ambite e gloriose. Verso il X sec. il Vescovo di Porto si vede costretto a lasciare la propria sede ormai ridotta ad un piccolo villaggio, e chiede al Papa di potersi trasferire sull’Isola Tiberina. Prima di partire, provvede a nascondere il corpo di Ippolito: scava sotto il pavimento della Cattedrale, vi pone il sarcofago di Sant’Ippolito, lo protegge con le parti smontate del ciborio dell’altare maggiore, e ricopre il tutto. L’antica e riccaPortus non esiste più.

Nel 1120 Papa Callisto II unisce la Diocesi Portuense a quella limitrofa di Sylva Candida. La splendida Basilica di Ippolito viene più volte saccheggiata e cade in rovina, fino ad essere sepolta. Tra le rovine di quelle che gli abitanti continuano a chiamare “Isola Sacra” continua però a svettare la torre campanaria della Basilica, usata come torre d’avvistamento. Così, nel XVIII sec., il Card. Rezzonico ordina degli scavi alla base del campanile, e scopre un complesso sistema idrico sotterraneo. E’ chiaro, in una di quelle cisterne è stato annegato Sant’Ippolito. Per recuperarne la memoria, il Cardinale fa costruire una cappellina, tuttora esistente, e un monastero in cui tenta di avviare una forma di vita religiosa. Ma l’Isola Sacra è terra di nessuno, vivono solo pochi poverissimi pescatori, anzi fiorisce la malavita, e sembra impossibile invertire il corso degli eventi.

Passano così i secoli, finchè negli anni Settanta, durante uno scavo archeologico, con gran sorpresa di tutti torna alla luce il tracciato della Basilica di Ippolito, le mura crollate, i resti dell’altare, del presbiterio e della vasca battesimale; ma quando si scava davanti l’altare, ecco il sarcofago di Ippolito, contenente i suoi resti con l’iscrizione Hic Requiescit Beatus Ypolitus Martyr. Emerge così definitivamente dalle nebbie del passato Ippolito, primo Vescovo di Porto e Martire, del quale era stata perfino messa in dubbio l’esistenza, o era stato confuso con Ippolito romano o addirittura con un antipapa. E da circa vent’anni, il 5 di ottobre, a Fiumicino, i Vescovi presiedono la processione con le Reliquie di Sant’Ippolito dal Castello di Porto all’Isola Sacra, e celebrano l’Eucaristia sulle rovine di quella che fu la prima Basilica Cattedrale della nostra Diocesi.