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Casalotti, la parrocchia romana delle Sante Rufina e Seconda mette in circolo la solidarietà offerta da molti: la raccolta nata col passaparola, il dono di frutta e verdura della comunità egiziana, il sostegno delle forze dell’ordine e dei sanitari

L’interruzione delle attività lavorative previste dai decreti governativi per la riduzione del contagio del coronavirus ha impoverito molte famiglie. Altrettanto diffusa è stata la solidarietà. Quella «spontanea», come ha scritto il vescovo Gino Reali nel suo augurio pasquale, sbocciata perché l’umanità è più forte dell’individualismo. A Casalotti, quartiere della periferia romana, questo “circolo d’amore” ha messo in moto volontari tra di loro sconosciuti, ma disposti a condividere le loro braccia.

Andrea Crobeddu, Cristian Nicoletta e Rossano Rosini hanno sentito il desiderio di fare qualcosa per le difficoltà di amici, conoscenti, e poi anche estranei. Hanno iniziato una raccolta alimentare, appoggiandosi al negozio di animali Oli.Vet, grazie alla disponibilità di Ida Oliva. Lei è anche volontaria dell’associazione Operativi per l’ambiente, coordinata da Francesco Spadaro. Hanno condiviso le loro possibilità trovando nella parrocchia delle Sante Rufina e Seconda un luogo capace di mettere a regime l’opera di carità, d’altronde tutte le parrocchie del quartiere hanno potenziato il servizio delle loro Caritas, mai venuto meno durante la pandemia.

«Abbiamo accolto l’iniziativa spontanea di questi giovani – racconta il parroco padre Aurelio D’Intino. Ad oggi seguiamo circa 300 famiglie. All’inizio distribuivamo gli alimenti una volta a settimana, oggi siamo arrivati a tre giorni per l’aumento della richiesta, riducendo così il rischio dell’assembramento delle persone». Per chi non si può spostare c’è la consegna a casa. «O paghi l’affitto o mangi, è molto semplice – spiega il sacerdote, religioso della Congregazione della Passione–. Per questo sono importanti anche le donazioni economiche». Tra l’altro Caritas Porto–Santa Rufina mette a disposizione un fondo solidarietà per la famiglie attraverso la mediazione dei parroci. «Qui in periferia, dove non mancano i problemi, credo che l’umanità delle persone si respiri nell’aria. È una traccia di un quartiere nato da tanti immigrati delle regioni italiane che hanno iniziato un cammino comune per costruire questa bella comunità».

Dagli immigrati di allora, a quelli di oggi. Mercoledì scorso, 15 aprile, la parrocchia ha ricevuto per la seconda volta una carico di circa 300 chili di frutta e verdura da parte della comunità egiziana (formata in gran parte da musulmani e da qualche cristiano copto). Elmekawel Sameh Rabie Mahmoud e il fratello Elmekawil Rabie Rabie Mahmoud con il loro amico Eldaama Ahmed Mamdouh Abdelsattar sono in Italia da vent’anni, volevano rendersi utili durante l’epidemia: hanno deciso di acquistare i prodotti e donarli. Perché? «È giusto così» hanno commentato i tre, che hanno formato un gruppo di giovani egiziani che si fanno chiamare “dell’amore di Dio”. Scortati dai vigili urbani del Municipio XIII hanno consegnato il loro dono alla parrocchia.

Una Chiesa crocevia di storie differenti: appartenenza al proprio quartiere ritrovando la forza della comunità, immigrazione vissuta sulla pelle in un paese che diventa il tuo e vuoi partecipare ad aiutarlo, i volontari della città e della Chiesa, le forze dell’ordine e i sanitari che lavorano in silenzio per arrivare ad aiutare tutti. «Il coronavirus – conclude padre Aurelio – dice che dobbiamo essere capaci di guardarci intorno, guardare il nostro vicino o il più lontano come un fratello e dobbiamo proteggerci a vicenda, perché siamo figli di uno stesso Padre».

Simone Ciampanella

(20/04/2020)

Categorie: QUOTIDIANO