Questa notte padre Norberto non riesce proprio a dormire. Una voce misteriosa lo ha riportato vicino a Gabriele che sta vivendo le ultime ore terrene. Mentre il lume fioco e tremolante, quasi fosse emozionato, proietta strane ombre sulla parete, stormi di ricordi gli attraversano il cuore popolando il silenzio della notte. Si sono conosciuti a Morrovalle oltre cinque anni fa e si sono subito capiti ed amati. E’ lui che gli ha dato le prime istruzioni, restando affascinato da quel vivace diciottenne dai modi educati e gentili. Ora è lì vicino al suo letto; suggerisce pensieri di confidenza in Dio per dissolvere fantasmi di tentazioni venuti a rabbuiare l’anima del malato che gli chiede l’ultima assoluzione e l’immagine della Madonna. Così, sul far del giorno, Gabriele si congeda dal suo direttore. Norberto si sente più povero e solo: qualcosa di sé è partito con il più amato dei discepoli. Domani sera, 28 febbraio 1862, non avrà la forza di vederlo scendere nella tomba; si chiuderà in camera a piangere inconsolabile. Tra un mese scriverà al papà di Gabriele: “Iddio ci aveva dato un figlio. Oso dirle che forse lei non lo amava quanto l’amavo io. Beato me che ho avuto la sorte di essergli stato perpetuo direttore. Egli che mi voleva tanto bene quaggiù non mi dimenticherà”. Certo. Gabriele non lo dimenticherà. Neppure Norberto dimenticherà Gabriele. La sua vita resterà segnata per sempre dalla presenza di questo impareggiabile figlio spirituale. La sua santità gli è sbocciata tra le mani come il fiore più bello e delicato.

Il signor Domenico entra in convento

Norberto e Gabriele. Molte e sorprendenti le analogie tra loro. Carattere ardentissimo e sensibile, intelligenza aperta e vivace; una striatura di eccentricità, amore al bel comparire. Il desiderio della penitenza li attira alla vita passionista. Decidono durante una processione mariana. Iniziano il noviziato a 18 anni superando la resistenza del padre. Fanno della devozione alla Madonna il segreto della propria santità. Norberto Cassinelli, Domenico il nome di battesimo, nasce a Graveglia (Genova) il 12 aprile 1829. Si rivela subito volitivo e pieno di fantasia. Esuberante, in casa è un piccolo terremoto. Crea preoccupazioni soprattutto alla mamma che non sa come inquadrare quel figlio vivace più del consentito. “In casa, dirà la sorella, a chiunque passava vicino non poteva trattenersi dal fare qualche gesto impertinente; si stava tranquilli quando non era presente”. Ma fuori dà ancora più sfogo alla frenetica voglia di vivere. Le raccomandazioni della mamma? fiato sprecato. Le punizioni del padre? non lo piegano. L’unica punizione che sente è non mandarlo a scuola. Che, detto di un ragazzo, sembrerebbe incredibile. Elegante nel vestire “incline alla vanità”, gentile nel portamento, lo chiamano ormai “il signor Domenico”. Ma non tutto è nero. Prega spesso e con gioia; ha “un cuore tenero”. E’ solo un ragazzo vivace. Ed è bene che sia così. Lasciamolo correre e divertirsi. Da vecchio, il ragazzo un tempo irrefrenabile, confiderà che con la grazia di Dio non aveva mai offeso il Signore. Cosa si vuole di più? Questo “argento vivo” nel 1843 sorprende tutti ed entra in seminario. Scrive subito alla mamma: “So benissimo di essere stato il peggiore della famiglia; mi inginocchio davanti a tutti e chiedo perdono promettendovi che non sarà più così”. Cambia realmente conservando però il gusto della proprietà e della precisione. Ma il seminario gli va stretto. Vede nella vita passionista la sua vocazione. Con il padre Tommaso Lubrani, invitato a predicare in seminario, mette a punto gli ultimi dettagli. Non gli mancano difficoltà che supera con la tenacia di sempre. L’8 luglio 1847 entra nel convento dell’Angelo, presso Lucca. Vi inizia il noviziato con il nuovo nome di Norberto. Emessa la professione il 24 luglio 1848, completa gli studi a Lucca e Pievetorina (Macerata). E’ ordinato sacerdote il 20 dicembre 1851. A Recanati (Macerata) studia sacra eloquenza per prepararsi all’apostolato, la sua aspirazione. L’obbedienza però lo chiamerà ad altri compiti. Nel 1854 viene mandato a Morrovalle (Macerata) come vice-maestro dei novizi. Due anni dopo, il 10 settembre, vi arriva il futuro san Gabriele. “Non ci separammo più; ci divise solo la morte”, dirà Norberto. La sua provincia religiosa vive un duro calvario subito dopo la morte di Gabriele. Dal 1862 al 1867 i sei conventi vengono chiusi dalle leggi di soppressione. I religiosi, circa 120, sono costretti a rifugiarsi in case di amici; potranno riprendere gradualmente la vita comunitaria solo dopo una quindicina d’anni. Norberto intanto è nominato maestro dei novizi; ma non avrà mai novizi perché la situazione politica non lo consente. Durante il periodo della soppressione è anche consultore e poi provinciale, responsabile quindi dei religiosi dispersi qua e là. Lui accoglie ed ascolta tutti; per tutti è conforto e speranza. Arriva ad ognuno se non personalmente almeno con gli scritti. Sostiene tutti con l’esempio. Nel 1878 si celebra a Roma il capitolo generale della congregazione afflitta da gravi problemi. E’ eletto superiore generale padre Bernardo Silvestrelli con Norberto secondo consultore. Una scelta illuminata: questi uomini saggi e santi sapranno ben guidare l’istituto. Norberto resta sorpreso per la sua elezione. Rinunzia piangendo. Ma è inutile. Allora conclude: “Mi conviene portare le responsabilità di questa croce”. A Roma si accorgono subito di lui e da lui vanno in tanti per godere della sua direzione spirituale. Dal 1887 al 1893 ricopre l’ufficio di provinciale: lavora per consolidare la provincia, prende a cuore la formazione dei religiosi, cerca di riaprire i conventi espropriati. Nel 1893 finito il provincialato sogna la predicazione. Viene invece eletto superiore di Santarcangelo di Romagna (Rimini). “Con esempio di rara virtù si assoggetta fra le lacrime del dolore al duro sacrificio”. Esercita un vasto apostolato nella zona, anche se meno intenso di quanto vorrebbe. Declina molte richieste di monasteri perché deve curare anche la vita della comunità. Nel 1905 “considerando i suoi alti meriti” è nominato all’unanimità consultore ad honorem; accetta solo per compiacere superiori e confratelli. Nel 1908 a Roma assiste alla beatificazione del “suo” Gabriele. Quasi ottantenne Norberto rilegge la sua vita e quella del discepolo: la vede guidata dalla mano di Dio e sempre segnata dalla presenza della Madonna. Dopo la cerimonia il papa san Pio X, gli pone la mano sul capo dicendo: “Beato lei che ha un discepolo in paradiso, beato! Il vangelo dice che non c’è discepolo più grande del maestro. Il suo discepolo è beato, lei deve essere qualcosa di più… deve essere santo”. Norberto non sa trattenere le lacrime. Come è possibile superare Gabriele? Certo lui vuole essere santo; ma Gabriele – lo ricorda bene – aveva un altro passo: era partito di corsa in quel 10 settembre 1856 ed era diventato subito irraggiungibile. Dopo i festeggiamenti, Norberto torna a Recanati desiderando ancora di più che Gabriele lo venga a prendere. Quanto tempo dovrà ancora aspettare? Certo non molto. Infatti già sente la morte che gli batte la mano sulla spalla. Nel 1909 cade per le scale. “Anche questo è qualcosa per il paradiso”, commenta. Nella malattia invoca frequentemente Gabriele. Confida di averlo sentito spesso al suo fianco ricevendone pace e sollievo. Confortato dalla benedizione del papa muore il 29 giugno 1911. Vicino ha voluto il quadro di san Paolo della Croce e quello di Gabriele. E Gabriele sarà sceso dal cielo per prenderlo e guidarlo alla contemplazione di Dio. Ed un sorriso, quello dell’anima, avrà sigillato la reciproca attesa. Il 15 dicembre 1994 è dichiarato venerabile. Sarà proclamato santo come il suo discepolo?

Un santo direttore di santi

“Ero giovane e non può che attribuirsi a Dio l’opera della santità di Gabriele benché si sia voluto servire di uno strumento inetto quale io ero”. Ma Norberto “uno dei maestri spirituali più autorevoli nell’Italia dell’ottocento” non era stato davvero uno strumento inetto nel guidare Gabriele. Sapiente e dotto, quanto scrive attesta che egli è anche molto umile. “Pur giovanissimo, dirà padre Germano Ruoppolo, aveva gran pratica delle cose spettanti la perfezione”. La storia lo conferma. Stimato da tutti è ricercato come direttore, confessore e predicatore di esercizi spirituali soprattutto da comunità religiose. Per consigli e direzione si rivolgono a lui, tra gli altri, santa Paola Frassinetti, fondatrice delle suore Dorotee; Nicola Olivieri, fondatore dell’opera “Riscatto delle Morette”; Pier Francesco Maria Testa, generale dei Serviti; monsignor Dario Mattei Gentili, vescovo di Perugia; monsignor Luigi Mariotti, vescovo di Pennabilli (Pesaro). E poi una schiera di religiosi, religiose e laici. Lo stesso san Giovanni Bosco desidera conferire con lui. In pratica tutta la sua provincia religiosa, nella quale per tanti anni ha ricoperto posti di responsabilità, è stata formata spiritualmente da lui. Legge nel segreto delle coscienze. Ricorda i peccati a penitenti smemorati. Un giorno cambia l’argomento della predica all’ultimo momento perché dall’alto gli viene suggerito che una monaca ha bisogno di ascoltare determinate parole. Per confessarsi vanno da lui sia laici che ecclesiastici: vi arrivano fiduciosi, sono accolti “con una carità dolce e soave”, ripartono rasserenati e spesso in pianto commosso. Alcuni penitenti, confida Norberto, gli sono mandati da Gabriele. Molti coloro che si raccomandano alle sue preghiere, sicuri della sua santità. Lui esorta ad avere fiducia e speranza. Le impreviste e positive soluzioni di casi difficili vengono da lui attribuiti a san Gabriele. Tutti sanno che è solo un abile espediente per stornare l’attenzione dalla sua persona. Lo ascoltano volentieri. In alcuni monasteri la predica dura anche due ore; eppure “il tempo trascorre in un baleno sapendo (egli) ricavare moralità anche dalle cose più indifferenti per elevare al cielo”. Ammirabile in lui la capacità di coniugare un intenso apostolato, un servizio costante ai confratelli, una continua preghiera. La sua sapienza è testimoniata dai numerosi libri: ne scrive oltre una trentina ricchi di profonda dottrina e spiritualità. Merita una particolare citazione la biografia di Gabriele, lavoro veramente delizioso: un direttore santo che contempla con la penna in mano il suo santo discepolo e che scrive attingendo ai ricordi sempre vivi nella mente e ancora dolcemente impressi nel cuore. E’ sorprendente come abbia trovato il tempo per scrivere tanto essendo impegnato in molteplici altre attività. Senza dimenticare la fitta corrispondenza per la direzione spirituale. Gli arrivano anche quindici lettere al giorno da persone che chiedono consigli. Nella direzione spirituale, Norberto non si perde in inutili divagazioni, ma punta dritto allo scopo. Le linee portanti del suo magistero sono quelle della più sicura ascetica e della più genuina mistica. Non si lascia sedurre dalle teorie di progressisti sprovveduti e fanatici, né irretire da ottusi e miopi conservatori. La santità alla quale tutti sono obbligati, altro non è che la perfetta imitazione di Gesù Cristo; si realizza nel rispondere alla chiamata del Signore, nell’allontanarsi dal peccato, nell’abbandonarsi totalmente all’amore di Dio fino a raggiungere l’unione mistica con Lui. E’ necessario amare la volontà di Dio. Infatti “con la volontà di Dio si sta bene anche nel fuoco; dove invece sta la volontà nostra ci sta peggio che il diavolo”. La preghiera deve essere sempre fatta con il cuore senza tuttavia degenerare in un vuoto e pericoloso sentimentalismo. “Il linguaggio del cuore, scrive, Gesù lo capisce bene. Tutta la santità è opera principalmente del cuore”. E’ lì che bisogna scendere e sostare per incontrare se stessi e Dio. La preghiera è un “conversare con Dio alla familiare”, senza paralizzanti intellettualismi. Le inevitabili aridità non devono bloccare il colloquio di amore. La partecipazione alla croce è essenziale nel cammino ascetico. “Nella vita spirituale, afferma Norberto, la mortificazione è quello che sono le lettere dell’alfabeto nelle scienze”. Ancora qualche sua illuminante espressione: “Che felicità servire Dio nel deserto; essere crocifissi con Cristo; portare la croce a secco. Oh! quanto bene fa la croce. Le croci sono le grazie che io preferisco cento volte a tutte le carezze e consolazioni: e le preferisco alle estasi, ai rapimenti, ai miracoli. Vale più un’ora di Calvario che un mese di Tabor. Offriamo a Dio il nostro patire e zitti. Se è di tanto merito l’operare bene, è cento volte più meritorio il patire bene”. Alla sorella Maria, suora clarissa, morta dopo 45 anni di malattia scrive: “Vi sento ancora inchiodata alla vostra croce. Se per sentimento naturale ne provo dispiacere, per sentimento di fede ne ho invidia e viva compiacenza assai più che se io sapessi che foste in uno stato di florida salute e nuotaste in un mare di consolazione. Un’oncia di croce val più di mille libbre di contenti; e tanto più vale quanto più la croce è cruda, arida, desolata, senza conforto”. Purtroppo però, aggiunge Norberto, molte anime non apprezzando la preziosità della croce, a causa delle difficoltà non corrispondono alla chiamata di Dio. Alla prima contrarietà si arrendono. Ma la croce non è l’ultima parola: è solo la via obbligata per raggiungere la vera gioia. Non è necessario percorrere strade straordinarie; basta essere fedeli al proprio dovere ogni giorno. In questo cammino un posto privilegiato ed insostituibile occupa la Madonna maestra e guida alla santità perché discepola docile e attenta del Signore. Norberto pur essendo all’apparenza austero, “ha un cuore d’oro ricco della più spiccata carita”. Sa trasmettere nelle anime da lui dirette uno spirito aperto, limpido, arguto e festoso. Non per nulla Gabriele, il suo discepolo più noto, è il santo del sorriso e della gioia. Sei anni Gabriele vive vicino a questo maestro. Nel suo cammino spirituale attinge largamente dalla sapienza di Norberto che con il suo costante ed eloquente esempio rende credibile quello che insegna.