Per tutti era ed è il Maestro. L’appellativo racchiude venerazione e amore. E’ impegnato quasi un quarantennio nella educazione; ricopre per 29 anni con esemplare saggezza l’ufficio di maestro dei novizi. Come dire: intere generazioni di religiosi da lui formati nello spirito della congregazione. Educazione che era amorosa trasmissione di valori e nozioni. Con la vita, prima ancora che con la parola. Restò maestro fino alla fine, benché immobilizzato da una paralisi progressiva. Nella storia della congregazione nessuno è stato maestro così a lungo come lui.

Dalle Marche a Roma

Eppure sembrava avviato verso ben altro insegnamento. Così almeno prevedevano i più stando alla logica delle cose. A 19 anni infatti aveva già conseguito il dottorato in filosofia ed a 21 si era licenziato in teologia. Naturale quindi vederlo seduto su altre cattedre. Ad un certo punto però qualcosa era cambiato e la storia aveva preso una piega differente. Ma andiamo a conoscere il giovane laureato, seguendolo nel suo itinerario di uomo e di religioso passionista. Si chiamava Nazareno Santolini ed era marchigiano. Quarto di dodici figli, nasce a Caldarola paesino in provincia di Macerata il 23 ottobre 1859 da Domenico, medico del paese, e da Filomena Gualdi. Affettuoso ed espansivo con la mamma, è piuttosto timido e riservato davanti al papà alquanto burbero ed esigente. Fin da piccolo sa disimpegnarsi da solo. Accompagna le sorelline a scuola; passa poi a riprenderle e prima di tornare a casa le porta in chiesa per una breve visita. Ma è anche vivace e corre qualche rischio di troppo. Solo la presenza del papà frena la sua esuberanza. Dal 1864 al 1869 frequenta le scuole elementari a Caldarola con esiti più che lusinghieri frutto non tanto di intelligenza superiore, quanto di applicazione non usuale in un bambino. Al termine delle elementari segue alcuni corsi privati per approfondire le sue nozioni. A 12 anni si trasferisce a Roma per proseguire gli studi umanistici ed ecclesiastici nel famoso collegio Capranica dove ritrova il fratello Nicola che vi è arrivato due anni prima. Il papà affidandolo al rettore del collegio manifesta tutta la sua perplessità. Gli dice infatti: “Sarà difficile che vi rimanga. E’ troppo vivace”. Nazareno invece vi resisterà. Preparato dal fratello Nicola vi riceve quasi subito la prima comunione. Con lui studiano il futuro papa Benedetto XV e futuri cardinali e vescovi. La severa disciplina del collegio produce in lui un radicale cambiamento: la vivacità di un tempo cede il posto ad una calma e riflessione che balzano subito all’occhio. Esemplare sia per la condotta che per l’impegno scolastico. Ricorderà il cardinale Camillo Laurenti suo compagno:

“Non si potevano notare in lui nessuno di quei difetti o mancanze in cui sogliono spesso cadere i giovani. Nello studio non conosceva che una legge: il proprio dovere”. Quando Nazareno torna a casa per le vacanze non lo riconoscono più. Nella chiesetta della villa paterna durante il periodo estivo lui vive momenti di intensa preghiera soprattutto con quei famigliari più sensibili al richiamo dello spirito. Concluso lodevolmente il ginnasio inizia a frequentare la pontificia università gregoriana dove consegue la laurea in filosofia e la licenza in teologia. Nella giovinezza arriva la vocazione passionista. La scintilla si accende durante una gita ai castelli romani. I seminaristi sostano a Montecavo (Roma) dove i Passionisti hanno una casa. Incontrano un religioso dall’aspetto venerando e dallo sguardo raccolto. Nazareno ricorderà sempre che fu proprio quello sguardo modesto a suscitargli una attrazione da cui non riuscirà a più liberarsi. Nel 1881 torna a casa per le solite vacanze. E’ ormai un giovane di 22 anni. Ma quest’anno Nazareno si presenta con una novità: non sarà prete come il fratello Nicola, ma passionista. Una imprevista notizia che scatena una immediata bufera in piena regola: al sentirlo il padre si rabbuia tutto; minaccia neppure lui sa che cosa; la sua contrarietà è netta e decisa. Sembra irremovibile, ma Nazareno lo è più di lui. A spuntarla sarà il figlio. Infatti il dottor Santolini cui non manca intelligenza, buon senso e sincero spirito cristiano, supera il disappunto e recupera la calma facendosi una ragione della scelta del giovane. D’accordo con la signora Filomena, la sera di quello stesso giorno chiama vicino a sé Nazareno e gli dice non senza commozione: “Figlio mio, se questo è il volere di Dio ti do il mio consenso”. Al termine delle vacanze, Nazareno ritorna nel collegio Capranica; ma vi rientra solo per sbrigare le necessarie formalità prima di essere accolto tra i Passionisti. In convento arriva il 4 novembre 1881. Chiede con insistenza di essere religioso fratello. Ma il superiore generale, il beato Bernardo Silvestrelli, non cede all’umiltà del giovane e risponde che lo accoglierà solo come candidato al sacerdozio. Il rettore del collegio Capranica, monsignor Alfonso Carinci, lo accompagna con questa presentazione: “Per quello che riguarda la probità dei costumi, la disciplina del collegio e la pietà verso Dio, il suo comportamento fu tale da rendersi agli altri un modello singolare”. Al Capranica lo ricorderanno sempre come “una delle glorie più grandi” del collegio. A Roma il 18 novembre 1881 Nazareno depone la talare di seminarista e indossa l’abito passionista. Si mette subito al lavoro. Seriamente e tenacemente. L’anno successivo emette la professione religiosa. In convento assimila lo spirito passionista respirandone l’atmosfera a pieni polmoni. Vive con alcune esemplari figure della congregazione: il beato Bernardo Silvestrelli, i venerabili Norberto Cassinelli già direttore di san Gabriele e Germano Ruoppolo futuro direttore di santa Gemma. Ha studiato dieci anni a Roma, ha stretto amicizie e conoscenze, ma ora gusta sempre più la solitudine, contento di ritrovare solo in Dio gli amici di una volta. Non che tutto proceda senza difficoltà, ma l’amore a Dio ed alla vocazione fa superare ogni ostacolo. E’ avanti negli studi, perciò il 10 marzo del 1883 può essere ordinato sacerdote. Vuole subito partire missionario per terre lontane. E ne scrive entusiasta al babbo. “Sappiate che da vario tempo il benigno Signore mi stimola e mi invita all’apostolato nelle missioni degli infedeli. Bisogna andare ad aiutare i missionari e dividere con loro i travagli, le pene, le persecuzioni. Oh! babbo mio che sete ho di aiutare i nostri fratelli. Già mi sembra di varcare l’immenso oceano. Come vi sarà una spedizione vi sarò anch’io, se piacerà a Dio”. Ma non può realizzare la sua aspirazione. E’ chiamato infatti ad altri compiti. Sarà missionario con il desiderio, con la preghiera, con la penitenza, preparando altri ad esserlo. Nel 1885 si trasferisce nel convento della Scala Santa (Roma): è assistente spirituale degli studenti passionisti e svolge il ministero sacerdotale in due cappellanie.

Il Maestro

Nel 1893 gli viene affidato il delicato e difficile compito di maestro dei novizi: non ha l’età canonica richiesta ed è necessaria una speciale dispensa. Nazareno è consapevole della grande responsabilità che l’incarico comporta: espone tutte le sue difficoltà convinto che avrebbe fatto più male che bene. Deve comunque cedere alle insistenze del superiore generale che non intende in alcun modo accettare la sua rinunzia. Nel successivo capitolo provinciale, “con mirabile concordia è confermato nell’incarico a pienissimi voti”. Esercita l’ufficio per 29 anni quasi ininterrottamente: segno evidente della stima da lui goduta. Nell’arco della sua vita è impegnato anche come vicemaestro dei novizi, missionario, direttore degli studenti, superiore a Firenze, consigliere provinciale, vicesuperiore. Ma è nell’ufficio di maestro dei novizi che Nazareno consuma tutto se stesso. Lui è lezione viva, con il suo comportamento. Testimone luminoso. Maestro credibile della identità passionista. Artista dello spirito. Plasmatore di anime. Padre affettuoso. Ha un forte ascendente sui giovani che si aprono a lui con fiducia. Sa ascoltarli con interesse, accostarli con amore, intuirne i problemi. Parco nelle parole, occhio limpido e scrutatore gli basta uno sguardo per dire e far capire tante cose. Non c’è sacrificio che lo fermi. Passa delle notti a pregare inginocchiato sul nudo pavimento. “La preghiera, dice, è l’onnipotenza dell’uomo e la debolezza di Dio”. E’ cosciente che il bene dei singoli religiosi e dell’intera congregazione dipende da quanto lui trasmette ai novizi. Attinge allo spirito del fondatore di cui è imbevuto ed alla propria conoscenza teologica ed ascetica. Vuole che i novizi mettano Gesù crocifisso al centro della propria vita, insegna lo spirito di preghiera, l’abbandono alla volontà di Dio, l’amore alla solitudine, la vita comunitaria serena e gioiosa, l’amore per la salvezza delle anime. Il richiamarsi al fondatore non è per lui comodo atteggiamento conformista o chiusura al nuovo ma un attingere alla freschezza delle origini perché il carisma proprio della congregazione risplenda sempre più nelle sue note distintive e conservi la sua efficacia. La regola lasciata dal Fondatore è la principale ispirazione, dopo il vangelo, dell’agire di Nazareno e la fonte principale del suo insegnamento. Nazareno tratta con grande bontà i suoi novizi, ma anche con fermezza. Esige la pratica di quanto la vita religiosa richiede. E’ paziente nell’aspettare i frutti da chi, pur fragile, manifesta buona volontà ed impegno, ma è deciso quando si trova con giovani volubili, leggeri, refrattari. Non rifugge dal difendere decisamente i giovani novizi quando li vede trattati con eccessiva severità. Tra i novizi da lui avuti, ben 439, c’è anche l’angelica figura di Galileo Nicolini (1882-1897; cfr pg), adolescente non ancora quindicenne, dichiarato venerabile il 27 novembre 1981. Nonostante l’impegno a tempo pieno nella educazione dei giovani, Nazareno scrive molto. Non pubblica nessun libro, ma i suoi elaborati restano ugualmente preziosi. Sono catechesi o discorsi per i sacerdoti, per le anime consacrate, per il popolo di Dio. Di lui restano anche circa 300 lettere indirizzate soprattutto ai superiori, ai parenti, ai confratelli. Il contenuto delle lettere fa scoprire ed accostare un’anima piena di Dio ed assetata della perfezione. I superiori non sanno fare a meno di lui neppure quando ormai la malattia ne sta asciugando le ultime energie. Viene eletto maestro per l’ultima volta nel 1928: malato e all’età di 69 anni è ancora chiamato a stare con i giovani. Scrive al provinciale: “Credevo arrivato il momento di attendere unicamente a me stesso e prepararmi alla morte che non deve essere molto lontana. Dovrei tirarmi indietro, ma lei mi assicura essere volontà di Dio che abbassi di nuovo la testa ed io non posso, non voglio oppormi alla divina volontà. Farò del mio meglio, al resto supplirà il Signore”. Il provinciale ha tranquillizzato gli scettici assicurando che “l’ombra di padre Nazareno sarebbe bastata a formare e santificare i novizi”.

Ed in realtà a causa della malattia non può fare molto. Almeno apparentemente. Il presentimento della morte vicina si rivela purtroppo vero. Negli ultimi due anni diventa “come un tronco che si regge appena sulle gambe informi ed inabili: per il freddo gli si screpolano pure i talloni, per cui non può poggiarli a terra e deve reggersi sulle punte dei piedi”. In comunità è circondato da stima e affetto; tutti sono consapevoli della sua bontà; ci si affida fiduciosi alle sue preghiere. Un superiore in una difficile situazione economica lo manda a pregare davanti al tabernacolo. E la Provvidenza per vie misteriose viene a togliere d’impaccio quel povero superiore. A volte padre Nazareno depone la lettera con precise richieste sull’altare: la ritira solo a grazia ottenuta. Un altro superiore gli chiede di benedire una botte di vino ormai letteralmente agli sgoccioli; e la botte, per miracolo, disseterà ancora a lungo la comunità dei religiosi. E in seguito, dopo la sua morte, parleranno ancora di numerose grazie ottenute per sua intercessione. Colpito da paralisi progressiva, impossibilitato a riposare sul letto, santifica il tempo seduto su una grande sedia. Un giorno vanno a trovarlo gli studenti già suoi novizi. Nazareno è travolto da una piena di ricordi e di emozioni. “Padre maestro perché piange?”, gli chiedono. E lui: “Perché non posso più far niente per i nostri cari giovani”. Ed invece sta facendo ancora molto. I novizi ora più che mai sono vicino al loro maestro, pronti a raccogliere le sue parole. Lui ormai non riesce neppure a sollevare il capo, e non può fissarli in volto. Ne scruta tuttavia il cuore regalando ad ognuno consigli e raccomandazioni di padre. “Prega per me” chiede un giorno ad un confratello. “Sì, padre, prego il Signore che ti faccia guarire presto”. Ma Nazareno lo corregge: “No, non pregare così; prega che si compia la volontà di Dio in tutte le cose”. La vigilia della morte dice all’infermiere: “Fratel Evaristo, toglimi il segno dal mantello (cioè il distintivo del religioso passionista sacerdote), perché voglio morire come fratello laico”. Ancora un sussulto ed un gesto di quella umiltà che è stata una caratteristica della sua vita. Nei suoi appunti spirituali ha scritto da tempo, rivolgendosi al Signore: “Accetto la morte in ordine alle circostanze da voi stabilite. Se il tempo, il luogo, la sorte della mia morte stessero nelle mie mani, io certamente la porrei nelle vostre, perché so che voi volete con maggior impegno quello che è utile e bene per me, di quello che conosca e voglia io stesso… Io adoro, mi sottometto di buonissima voglia a queste vostre disposizioni; mi sacrifico in tutto e per tutto alla vostra amabilissima volontà”. Alle prime ore del 4 gennaio 1930 nel convento di san Giuseppe sul Monte Argentario, serenamente se ne va incontro al Signore. Maestro fino alla fine. E oltre. Per quello che ha detto. Con quello che ha fatto e insegnato. La chiesa lo ha riconosciuto ufficialmente proclamandolo venerabile il 7 settembre 1989.