Il suo nome lo trovi su molti versanti. Scrittore forbito, competente ed appassionato archeologo, filosofo di tutto rispetto, ottimo direttore di anime, teologo preparato. Non disdegna neppure matematica e dintorni. Possiede da maestro la letteratura italiana, latina e greca. Conosce le scienze naturali, l’arte, la musica e addirittura medicina e chirurgia. E’ membro di alcune prestigiose accademie. E poi: postulatore dei santi, consultore e segretario generale, visitatore apostolico, esorcista. A coronamento di tutto la santità: è dichiarato venerabile il 12 luglio 1995.

Filosofo a 12 anni

Una figura davvero eccezionale quella di padre Germano Ruoppolo (Vincenzo il nome di battesimo). Nasce a Vico Equense nella penisola sorrentina il 18 gennaio 1850, terzo di sei figli. Due sue sorelle fonderanno un nuovo istituto e resteranno molto legate spiritualmente a lui. Il battesimo ricevuto lo stesso giorno riveste un carattere eccezionale per il neonato: confiderà più tardi al suo direttore spirituale che nella circostanza il Signore gli aveva rivelato la grandezza del sacramento. Per questo ne celebrerà l’anniversario per tutta la vita. E la predilezione di Dio non si ferma qui. All’età di due anni mentre assiste alla messa guardando l’ostia vede Gesù bambino e grida alla mamma: “Oh che bel bambino”. A cinque anni riceve la prima comunione e da quel momento l’eucarestia diventa il centro della sua vita. Intelligenza agile e acuta coltiva una insaziabile sete del sapere; a scuola risulta sempre tra i primi e ottiene numerosi premi. A 12 anni (incredibile ma vero) difende in una pubblica disputa una tesi di filosofia incantando tutti. Compone bene in greco ed in latino. Definirlo un bambino prodigio non è esagerato. Più tardi lo diranno “un portento di scienza”. E’ spigliato e deciso. Andando a scuola, una ragazza dalla finestra di casa gli rivolge ogni giorno parole non certo da educanda. Risultato vano ogni altro rimedio, alla fine Vincenzo reagisce in modo imprevisto. Un mattina alla prima parola dell’incauta sciocchina risponde il sibilo di un sasso scagliato con forza e precisione. La lezione risulta efficace e la provocazione si spegne per sempre. A 15 anni entra tra i Passionisti prendendo il nome di Germano. Ha come maestro di noviziato il beato Bernardo Silvestrelli. Dopo la professione religiosa, 7 dicembre 1866, riprende gli studi nella casa generalizia dei Santi Giovanni e Paolo a Roma. In famiglia ancora non si rassegnano; ma lui scrive: “Vivo così contento che non cambierei questa vita umile e poverella con tutto l’oro del mondo”. Vicende politiche, legate alla presa di Roma ed alla caduta del potere temporale dei papi, consigliano i superiori a trasferirlo in Belgio per proseguire gli studi. E’ ordinato sacerdote il 3 novembre 1872. Si dedica subito all’apostolato tra gli emigrati italiani. Tornato in Italia è destinato alla formazione spirituale e culturale dei giovani. Insegna teologia, diritto canonico, storia della chiesa, lettere classiche, filosofia, scienze fisiche e matematica. Limpido e chiaro nella esposizione, gli studenti ne sono affascinati. Nessun atteggiamento cattedratico, ma l’amabilità dell’autentico maestro, la semplicità del vero sapiente. Rende accessibili le speculazioni più alte, alla portata di tutti le distinzioni più sottili. Candore di bimbo e trasparenza di cristallo caratterizzano del resto tutta la sua vita. Conduce scavi archeologici nei conventi di S. Eutizio (Viterbo) e dei Santi Giovanni e Paolo (Roma) riportando alla luce la casa abitata dai martiri. Per questo lavoro riscuote plauso da archeologi di fama internazionale. Uno di questi, Paolo Allard, dirà che rari sono i ricercatori “così saggi, coscienziosi e disinteressati di ogni gloria personale come Germano”. E’ eletto socio onorario dell’Accademia di Scienze e Lettere Leone XIII; è membro del collegio dei Cultori dei Martiri, della commissione di Archeologia sacra, della Pontificia Accademia di Archeologia, dell’Accademia di Religione cattolica, consultore della Congregazione delle Indulgenze. Si impegna nella ricerca di una medicina che impedisca il contagio di alcune malattie, tenta esperimenti e dimostrazioni scientifiche. Leone XIII gli chiede un piano di riforma per il clero e vuole nominarlo vescovo. Si fa il suo nome come arcivescovo di Bucarest. Ma Germano ne resta “terrorizzato” e chiede preghiere perché il papa desista dal progetto. Alla cognata che spasima per vederlo vescovo dice: “Vanerella, vanerella tu ti pasci ancora delle cose di questo mondo”. “Lo sappia lei e la cara Gemma e nessun altro, scrive alla signora Cecilia Bastiani Giannini: mi si preparano forse cose bruttissime al Vaticano. Più mi nascondo e fuggo e più si parla di me… Non passa giorno che non sento qualche nuova voce. Voglio pensare che sia tutto fantasia. Se no addio solitudine. Dica alla cara Gemma che preghi assai”. Si dice che abbia rinunziato due volte al cardinalato. Pio X lo invia come visitatore apostolico in alcune diocesi della Calabria e della Toscana lacerate da gravi problemi. Incarico delicato per il quale prudenza e fermezza, intuito e dialogo, equilibrio e imparzialità devono fondersi in una perfetta armonia. Tra i Passionisti viene eletto consultore e segretario generale. Nel 1890 è nominato postulatore dei santi. Altro compito di responsabilità nel quale lavora con intelligente abilità e dedizione assoluta. “Questi santi mi ammazzano” dice a volte tra il serio e il faceto. Il fiore all’occhiello di questo suo impegno resta l’inizio dei processi e la beatificazione di san Gabriele. Germano cura l’esumazione del giovane passionista, assiste ai suoi primi miracoli, intuisce e profeticamente annunzia lo straordinario sviluppo del suo santuario. Il rapido diffondersi del nome di Gabriele e della devozione verso di lui si deve, soprattutto agli inizi, all’opera di Germano. Lavora anche per la causa di san Vincenzo Strambi, di santa Gemma Galgani, dei beati Domenico Barberi e Lorenzo Salvi, dei venerabili Giacomo Gianiel e Giovanni Battista Danei. Come riesca a svolgere e svolgere bene tutti questi incarichi, resta un mistero. E non è finita. Lavoratore instancabile, Germano è in grado di stare al tavolino per lunghissimo tempo scrivendo di getto con sorprendente facilità. Vasto il ventaglio dei suoi interessi: scrive di filosofia, teologia, psicologia, agiografia. Insuperate le splendide biografie di santa Gemma e di san Gabriele. Stile limpido e scorrevole il suo; la lettura ne risulta piacevole e coinvolgente. Di Gemma è testimone oculare e privilegiato. “Il più e il meglio infatti della (sua) vita mistica si è svolto sotto i miei occhi… e questo non già come potrebbe farlo un osservatore qualunque ma sì intimamente come confessore e direttore di spirito; nella quale condizione nulla può essermi sfuggito di quell’anima privilegiata”. Per la biografia di Gabriele attinge a fonti sicure e dirette.

“Lo trascinerò in paradiso”

Un altro suo campo di lavoro è la direzione spirituale. Per questo compito ha una attitudine particolare. Gemma, la sua figlia spirituale più illustre e conosciuta, gli dice un giorno all’improvviso: “Oh quegli occhi, quegli occhi”. Germano domanda preocupato: “Vi vede forse il peccato?”. La santa lo tranquillizza: “No, vi vedo la luce dello Spirito Santo che lo illumina e lo guida”. Ed in realtà Germano gode di un qualcosa di soprannaturale che gli suggerisce i consigli più opportuni, gli svela i segreti delle coscienze, gli rivela il futuro. Sacerdoti, religiosi e religiose, laici impegnati, cardinali, fondatrici di congregazioni, sparsi un po’ ovunque in Italia, lo scelgono come direttore per la sua prudenza e santità, per la sua conoscenza dell’ascetica e della mistica. Paterno e fermo nella direzione esorta ad avere illimitata confidenza nel Signore (Dio è un buon papà, è solito dire); esige umiltà ed obbedienza, vuole che si cammini con pace e serenità. Il nome di Germano è legato per sempre a quello di Gemma Galgani. La santa lo conosce in una visione; lo vede “in ginocchio fermo fermo con le mani giunte” in adorazione ai piedi del tabernacolo. “Quel sacerdote, si sente dire, sarà il tuo direttore”. E Germano ne diviene guida e padre. La difende da critiche e sospetti, perplessità e calunnie che aleggiano attorno a lei ed agli episodi umanamente sconcertanti che la riguardano. Sono passati appena dieci mesi da quando ha conosciuto Gemma e già può scrivere a monsignor Giovanni Volpi: “Presto vedrà cose meravigliose e al tutto insolite in codesta creatura; la cui base sarà il martirio dello spirito e del corpo di lei; ma con manifestazioni di nuovo conio. Si tratta di una vittima di olocausto che il Signore si è scelta con compiacimento infinito”. Distingue estasi da suggestioni, il dono di Dio dalle astuzie del diavolo; esorta ad “andarci piano assai assai”. Non si esalta per la straordinarietà degli eventi, ma si oppone energicamente a chi nega il tutto per partito preso. Studia con scrupolosa diligenza e con forza difende i fenomeni mistici presenti in quella “povera angioletta di Gemma”. E può attestare: Gemma è “tanto spirituale che non sembra più della razza umana… di virtù eroica ce n’è tanta in quella creatura. E’ fondata sopra una grande umiltà, sconfinata purezza angelica, docilità, diffidenza di se stessa… Gemma è una vera Gemma del cuore di Gesù. Non vi è ombra di dubbio possibile sul conto suo; è oro puro”. Germano assiste in lacrime alle sue estasi. Ascolta i suoi struggenti e amabili colloqui con il Signore e la Madonna. E Gemma vedendolo commosso dice: “Che babbo tenerone!”. Ma come può Germano non piangere davanti a questi sprazzi di cielo? Gemma ha una grande fiducia e confidenza in lui. Dopo una delle tante nomine, gli scrive: “Al mio buon babbo, consultore delle sante Indulgenze e Reliquie. Ma è stato poco, io mi aspettavo di più. Per esempio cardinale; ma questa altra volta, è vero? No, no babbo mio; stia contento, a Gesù glielo dirò io… Ora basta; perché povero babbo mio, impaurito così? E come lo devo chiamare? Sempre babbo, oppure monsignore, eccellenza, ecc? Io dirò sempre babbo, è vero?”. Da saggio direttore, Germano indirizza Gemma verso una santità non sdolcinata. “Quante volte ti ho detto: non è più tempo di essere bimba e di farla da bimba?… Trovo che non ci siamo ancora. Per ora non è tempo di volarsene in cielo a godere con Gesù nella gloria; né di stargli in braccio, ma di glorificare il Signore con una vita di sacrifici e di immolazione da giganti e non da bimbi. Hai inteso?… Oh la bella sposina di Gesù… E che vuol dire codesto voglio o non voglio, codesto posso o non posso?.. Essere bimba dopo tante misericordie ricevute dal Signore, è cosa che fa vergogna”. La direzione di Gemma ed il lavoro per la glorificazione di Gabriele costano a padre Germano anche sofferenze fisiche causate dal diavolo. Un giorno confessa di sentirsi male a causa di bastonate ricevute da lui la notte precedente. Al comprensibile stupore di chi lo ascolta, precisa: “Sono bastonate che lasciano il segno e ammaccano le ossa”.

I contatti ed i colloqui con Gemma sono per lui una continua spinta alla santità. “Dal giorno che sono entrato in intima relazione di spirito con codesto angelo di Dio, confessa, si è operata nel mio interno una trasformazione che se il Signore me la manterrà, fo conto di cessare di essere quel cattivo che fui sempre… La consigli a non far passare la settimana senza che mi parli dell’amore del mio caro Dio che essa tanto ama. Il mio povero spirito ne ha proprio bisogno”. Un anelito mai spento, il suo; un cammino mai interrotto verso la santità. Anche tramite Gemma vive in continua famigliarità con il soprannaturale. Lo sostiene l’eucarestia. Alla prima comunione ricevuta molto presto e poi frequentemente, Germano attribuisce l’essersi mantenuto sempre buono. “Cosa sarebbe stato di me se non avessi fatto la prima comunione a cinque anni”, confida in età avanzata. Nell’amministrare il sacramento della riconciliazione preferisce imporre ai penitenti una visita al Santissimo Sacramento. Emette il voto di propagare il culto all’eucarestia, consapevole che essa è sorgente di santità della chiesa e delle anime. “Oggi mi sento un turco”, è solito dire il venerdì santo, giorno in cui la liturgia non permette la celebrazione della messa. Passa lungo tempo davanti al tabernacolo: come in estasi, con il volto luminoso. Una associazione da lui fondata ha tra gli altri scopi quello di promuovere il culto dell’eucarestia. L’umiltà è pari alla sua grande cultura. Non fa pesare il suo sapere e mette tutti a proprio agio. Umile, semplice, obbediente come pochi. Paziente, caritatevole, disponibile soprattutto con i peccatori che accorrono a lui o perché convertiti dalla lettura della biografia di Gemma o perché inviati dalla stessa Gemma ormai in paradiso. Accoglie tutti con amore. Fa dono della misericordia di Dio e versa lacrime di commozione insieme ai penitenti riconciliati. A volte lo sentono dire: “Ah! Gemma e Gabriele mi hanno rovinato il cuore”. I miracoli strepitosi operati da Gabriele, di cui è stato testimone oculare, le meraviglie di grazia in Gemma, gli hanno regalato fortissime emozioni. E ogni tanto il cuore ha minacciato di fermarsi. “Per le troppe emozioni” confida lo stesso Germano. Rapito dunque, più che rovinato, il suo cuore. E Gabriele e Gemma sono il suo ultimo pensiero. Il 10 dicembre 1909 a notte inoltrata è colpito da emorragia cerebrale mentre sta correggendo la quarta edizione della biografia di Gemma. Il giorno successivo, la valigia è pronta, sarebbe partito prestissimo per raccogliere testimonianze su un miracolo operato da Gabriele a Pontecorvo (Frosinone). Parte sì, ma per il cielo: alle ore 11.00 antimeridiane. Compianto sinceramente da tutti. All’arrivo lo accoglie Gabriele. Lo accoglie Gemma che gli ha più volte promesso: “Vedrà che cosa farò per lei quando sarò in paradiso: lo trascinerò con me ad ogni costo”. E’ sepolto al Verano. Dal 1953 riposa a Lucca vicino a Gemma che in vita l’ha affettuosamente chiamato “babbo mio… il mio tutto dopo Gesù”