In seminario lo chiamavano “ambulanza” per la disponibilità verso i malati e per quella voglia matta di correre in soccorso di chi avesse il minimo bisogno di aiuto. Più tardi lo indicavano come “l’amico dei santi” per l’ufficio di postulatore svolto con impagabile diligenza. Infine lo proclamarono “il santo amico dei santi” per l’impegno eroico di imitare le virtù di quanti proponeva per la canonizzazione. E nell’arco della vita apparve a tutti come la bontà e il sorriso di Dio resi visibili.

Vivere tra i santi e sorridere a Gesù

Nella congregazione dei Passionisti, ed anche fuori, padre Egidio Malacarne – è di lui che si parla – viene ricordato come il postulatore. Nel linguaggio ecclesiastico postulatore è colui che lavora per la canonizzazione di chi si è distinto nella pratica eroica della virtù. Egidio ricopre questo incarico per oltre un trentennio dal 1921 al 1952. Lo aveva accettato per ubbidienza, ma sembrò subito essere nato per questo. Diligente, laborioso, competente. Interessato e disinteressato nello stesso tempo: lui è semplicemente uno strumento di Dio. Ad emergere deve essere solo la grazia divina e la fedele corrispondenza umana. Sereno davanti agli esiti positivi; ancora più sereno ed impegnato davanti a difficoltà, intoppi ed imprevisti. Alla sua opera si deve la canonizzazione di san Vincenzo Maria Strambi e di santa Gemma Galgani. Di numerosi altri inizia i processi canonici lasciando al successore i lavori ben avviati ed una ricca documentazione ottimamente sistemata. La vicinanza dei santi è per lui stimolo e invito alla santità; risponde gioiosamente all’invito, non sa resistere allo stimolo. E diventa, per ammissione di tutti, il “santo amico dei santi”. Anzi il cardinale Raffaello Rossi si spinge oltre. Dice ai Passionisti: “Fortunati voi che avete padre Egidio che è più santo di tutti i santi che propone per la canonizzazione”. Che sia “più santo” forse è una esagerazione del pio prelato, ma che sia un santo è convinzione comune. Lo stesso papa Pio XI domanda: “Ma quando morirà il padre Egidio chi presenterà la causa della sua canonizzazione?”. E’ sufficiente stargli vicino, seguirlo nel lavoro e nella vita di comunità per accorgersi che gli elogi non sono di rito. Assicura un teste: “L’ho osservato attentamente per circa quindici anni e non ho potuto mai notare in lui né un difetto morale né una imperfezione. Più lo conoscevo, più l’amavo”. Umile e schivo, silenzioso e mortificato, sereno e trasparente. Parla con semplicità e sa ascoltare. Comprensivo e paziente con gli importuni, cordiale ed affabile con tutti.

Dotato di fine introspezione scandaglia uomini e cose. Ormai anziano sa capire e comprendere i giovani. “Lasciateli fare, è solito dire ai censori di turno; sono soltanto giovani e non agiscono per cattiveria”. Si apre così un varco nel loro cuore: può quindi parlare ed insegnare; i giovani ascoltano. E la santità, a sentirlo e guardarlo, sembra più affascinante e più facile da raggiungere. Immancabile nella preghiera, tenace e minuzioso nel delicato compito di postulatore. La parola ozio non esiste nel vocabolario della sua vita. Dice un teste: “Non troverà un religioso così osservante della Regola e così puntuale nella sua osservanza come padre Egidio, e nel medesimo tempo non troverà uno di lui più laborioso nel suo dovere”. Segni premonitori di santità li aveva manifestati fin dal seminario. Il suo direttore spirituale monsignor Adamo Borghini poi vescovo di San Severino Marche, aveva confidato ad un seminarista: “E’ opportuno raccogliere quanto fa e dice Severino (questo il nome di battesimo di Egidio). Penso che un giorno se ne dovrà parlare”. L’esperto direttore aveva visto bene ed aveva colto nel segno. La definiscono, la sua, una “santità sorridente”. Per quell’atteggiamento sempre gioviale e sereno. Per quella capacità innata di saper cogliere e comunicare il positivo degli avvenimenti e delle persone. Per quella evangelica semplicità, corollario di una grande prudenza. A volte può sembrare addirittura un ingenuo: è invece solo cosciente di riposare tra le braccia amorose di Dio. Dirà un testimone vissuto per lunghi anni con lui: “Lo si vedeva sempre uguale, affabile, allegro. Uomo simpatico rideva facilmente e alle volte piangeva di gioia. La gioia interiore di padre Egidio si vedeva dal suo sorriso esterno. Era veramente la bontà e la dolcezza del Signore vivente in mezzo a noi. Confesso di non aver mai visto nessun altro in cui spiccassero le virtù e i doni dello Spirito Santo quali la gioia, la pace, la pazienza, la benignità”. La messa per lui è tutto: sapore e centro della vita; esperienza intraducibile di fede e di amore. Immerso nel mistero e da esso sommerso. “Sembrava sorridere a Gesù”, annota stupendamente un teste. Nei primi anni del sacerdozio si ammala gravemente facendo temere il peggio. Agli altri. Lui resta sereno. Come sempre. Perché, e cosa temere? Non è forse meglio partirsene per il cielo? Ancora novizio, a 19 anni, il maestro gli concede “per scherzo” il permesso di chiedere alla Madonna di morire per la festa dell’Assunta. Ma lui non scherza. Detto fatto. Scrive alla Madonna implorando la grazia. Comincia a deperire giorno dopo giorno. Meno male che il maestro se ne accorge in tempo e corre ai ripari. Il novizio è costretto a cambiare preghiera e progetti; a buttare giù un’altra lettera per chiedere la guarigione. Scrive alla Madonna: “Madre mia santissima e dolcissima, voi vedete che la mia salute è alterata; desidererei di morire per venirvi a vedere e per non essere ancora in pericolo di disgustare il mio Dio; ma come debbo fare? La voce stessa di Dio espressami per mezzo del superiore è che non mi ammali: io quindi con tutta la fiducia vi chiedo la sanità… Faccio fatica a dire queste cose perché niente più desidero che di morire presto”. La salute ritorna. Ma il paradiso già pregustato gli lascia dentro una inguaribile nostalgia. Lui vivo si parla di miracoli. Qualche accenno. Sul treno a Civitavecchia c’è con lui una mamma desolata per l’imminente morte del suo bambino. Dimesso dall’ospedale perché non c’è più niente da fare, lo sta portando a casa. Egidio le rivolge parole di speranza tracciando un segno di croce sulla fronte del piccolo. Guarigione istantanea. Ma ancora più veloce è lui nell’eclissarsi. Quando la donna si riprende dallo stupore non può neppure ringraziarlo. Nel convento di Casale (Rimini) con una preghiera e con l’aspersione di acqua benedetta dà per sempre lo sfratto a rettili e serpenti che hanno fatto della chiesa la propria casa. La stessa sorte tocca ad un esercito di fastidiose formiche che a Roma nella casa dei Santi Giovanni e Paolo ha invaso sala da pranzo, camere e cucina. Lui stesso è oggetto di particolare assistenza da parte di Dio. Un giorno arriva all’episcopio di San Severino sotto un violento temporale. Ha fatto un buon tratto di strada senza il minimo riparo. Si pensa che sia bagnato come il classico pulcino. Ed invece l’acqua non lo ha nemmeno sfiorato.

“La Madonna mi ha suggerito di farmi Passionista”

Dal 1967 Egidio è sepolto nella chiesa dei Passionisti di Cesta (Ferrara). Riposa nella sua terra vicino a quei luoghi dove aveva trascorso l’infanzia e la prima giovinezza e dove era sbocciata la sua vocazione alla vita sacerdotale e religiosa. Gli impegni lo avevano portato lontano. A casa, da passionista, non era mai tornato per quell’amore al distacco spinto oltre il dovuto. Ora si è fermato lì tra la sua gente. Era nato poco lontano da Cesta, a Gualdo di Portomaggiore (Ferrara), l’11 aprile 1877 da Valentino ed Erminia Borsari. E’ battezzato lo stesso giorno con il nome di Severino. A tre anni resta orfano della mamma che sul letto di morte non finisce di raccomandare ai presenti la primogenita Ghita. Ai parenti meravigliati perché non accenni minimamente a Severino, replica: “A lui ci penserà il Signore”. Il papà passa a nuove nozze. Severino sarà amato dalla nuova mamma come un figlio. La famiglia e la parrocchia sono la sua prima scuola di vita. Senza volerne fare un santo preconfezionato, non è una bugia ricordare che cresce compito, gioviale ed educato. Nelle ore libere dallo studio per cui ha una marcata inclinazione aiuta il papà nella bottega di falegname. Ma anche la chiesa gli è familiare. Vi passa lunghe ore e spesso per la cena bisogna andarlo a prendere. Sui dieci anni è già orientato verso il sacerdozio. I genitori vi vedono una benedizione di Dio e assecondano il desiderio del ragazzo. A tredici anni nell’ottobre del 1890, entra in Seminario. La famiglia non è ricca e la retta è pagata dal rettore monsignor Adamo Borghini, sicuro di investire bene i suoi soldi. In seminario subito una vita di studio e preghiera, preghiera e studio. Per i divertimenti poco o niente. Severino ama rebus, sciarade e indovinelli. Non è certamente un peccato. Anzi serve per esercitare la mente e aguzzare l’intelligenza. Ma i tempi sono tempi e non si discute. Basta perciò uno sbattito di palpebre e un sospiro preoccupato dei superiori perchè l’enigmistica la lasci per sempre alle spalle. In seminario rimane fino al primo anno di teologia quando chiede di entrare tra i Passionisti. Chi lo abbia spinto a questa decisione resta un mistero. La lettura della vita di san Gabriele dell’Addolorata comunque, vi svolge un ruolo certamente non marginale. Al padre che manifesta tutto il suo disappunto per l’inattesa notizia, Severino risponde: “La Madonna mi ha suggerito di farmi Passionista”. Non è che la risposta convinca troppo il buon Valentino. Ma il giovane non intende tornare indietro e non vi torna. Severino è gracile di costituzione e sembra non adatto per una vita dove l’austerità è la norma. Lui però assicura: “Alla salute ci penserà la Madonna”. E difatti entrare in convento e guarire da un persistente mal di stomaco, e lo scomparire di una piaga ad una gamba fino a quel momento ribelle ad ogni cura, sarà la stessa cosa. Inutile dire che il male non comparirà più. Monsignor Borghini esamina la sua vocazione e nel luglio del 1896 lo accompagna dai Passionisti di Casale dove è superiore il venerabile padre Norberto Cassinelli, già direttore di san Gabriele. Il giovane vi si ferma due settimane. Lo vedono “bello, di tratti distinti e bontà ineguagliabile”. Aveva ragione il rettore che ne aveva fatto una lusinghiera presentazione. “Vi dono, aveva detto, il migliore seminarista che abbiamo nel seminario di Ferrara”.

Nel successivo mese di agosto parte per il noviziato di Sant’Eutizio (Viterbo). Il primo settembre 1897 a 20 anni emette la professione religiosa. Termina gli studi a Roma dove è ordinato sacerdote il 10 dicembre 1899. “Mente eletta ed agile, informata e sottile” viene subito impegnato nell’insegnamento di lettere, filosofia, sacra scrittura, teologia, e nella predicazione. Nell’uno e nell’altro campo riesce a meraviglia. Ricopre anche l’ufficio di direttore degli studenti, superiore e consigliere provinciale. Ancora giovane sacerdote è stimato da tutti: i religiosi della comunità anche i più anziani vanno da lui, appena ventiquattrenne, per la confessione settimanale. Durante la prima guerra mondiale indossa la divisa militare. Presta servizio nella compagnia di sanità a Bologna svolgendo l’ufficio di infermiere e portalettere. Nel 1916 rientra in convento per accentuata miopia. Si sente slargare il cuore. Nel 1921 gli arriva inaspettata la nomina a postulatore generale della congregazione. E’ per lui una una sorpresa ed un dolore. Mai avrebbe immaginato un compito così delicato. Deve lasciare la predicazione che tanto ama e nella quale riesce egregiamente. Ma ubbidisce sereno come sempre. Dirà più tardi ad un confratello restio ad accettare un incarico che lo avrebbe costretto a lasciare l’apostolato missionario: “Se sapesse caro padre, quanto costò anche a me rinunziare allo stesso ideale! Ma guardai solo alla volontà di Dio”. Perciò partenza per Roma e subito al lavoro. Impiega poco tempo per calarsi completamente nell’ufficio e diventarne espertissimo. Dai colleghi di altre congregazioni e nell’ambiente vaticano è stimato uno dei migliori postulatori. I novellini vanno o sono mandati da lui come dal maestro più autorevole. La sua difesa nella causa del beato Domenico Barberi è accolta da un applauso unanime e scrosciante. Più di una volta è scelto per tenere delle conferenze ai postulatori. Conferenze ritenute “un classico” sull’argomento. Egidio è anche scrittore dallo stile limpido e scorrevole. Scrive di agiografia, di omiletica e di spiritualità. Degni di nota sono i 9 grossi volumi riguardanti la sua attività di postulatore. Una ricca miniera di interessanti notizie. Il 13 luglio 1951 mentre celebra la messa viene colto da paralisi. Si capisce subito che non si riprenderà più. Dopo un primo momento di comprensibile smarrimento ritrova la serenità abituale. “Anche se avessi dieci malati tutti come padre Egidio non avrei alcuna preoccupazione”, dice l’infermiere. Trascorre il tempo pregando e leggendo. In carrozzella partecipa con gioia alla preghiera della comunità. E la sua presenza edifica tutti. “Mi sto preparando al paradiso” dice ai visitatori che spesso lo trovano come in estasi e con il crocifisso stretto fortemente tra le mani. Poco prima di lui muore un anziano confratello. Egidio vuole essere portato da lui e comincia a chiamarlo insistentemente. Gli dicono che il religioso è già morto, ma lui non si dà per vinto e lo chiama ancora più forte. Il “morto” apre gli occhi ed Egidio gli dice: “Padre Serafino, mi saluti la Madonna”. “Sì” gli risponde in modo chiaro padre Serafino che poi chiude nuovamente gli occhi. Lui muore il 25 novembre 1953. Da santo. Come lo è stato per tutta la vita. E va di persona a vedere e salutare la Madonna. Appena morto cercano nella sua camera qualche oggetto da conservare gelosamente come reliquia. Ma vi trovano poco o niente. C’è solo una estrema e insospettata povertà. Egidio era vissuto a lungo ma non si era mai attaccato a questo mondo. Dicevano che lui “toccava la terra solo con la punta dei piedi”. Il cuore era altrove. In paradiso, appunto.