Terzo di sette figli Cesare nasce in un palazzo della Roma antica, in Piazza della Minerva, il 7 novembre 1831; lo battezzano il giorno stesso. Il padre Giantommaso è un nobile di Tuscania (Viterbo); la madre è Teresa Gozzani dei marchesi di San Giorgio di Casale Monferrato (Alessandria). La famiglia illustre e ricca possiede abitazioni in città, vasti possedimenti nell’agro romano e un alleva- mento di cavalli di razza. Due fratelli di Cesare prenderanno parte attiva alla storia d’Italia. Luigi sarà deputato al Parlamento. Il nipote Tommaso Tittoni sarà senatore e ministro degli Esteri nei governi Giolitti e Nitti. La famiglia ha in casa una cuoca, due domestici, una governante per le ragazze, il precettore ecclesiastico per l’assistenza scolastica e la formazione cristiana. Fino ai sedici anni Cesare, amantissimo dello studio e ricco di doti non comuni, frequenta il collegio romano dei Gesuiti. Nobile per nascita, ama la semplicità, la natura e la caccia. Spesso lo si vede raccolto in lunghe meditazioni nella cappella di casa dove viene celebrata la messa con lui che funge da chierichetto. Il precettore don Francesco Paolini di Santarcangelo di Romagna (Rimini), che lo segue nel cammino cristiano, ne è proprio soddisfatto. Cesare cresce in una società segnata da turbolenze politiche e dal movimento risorgimentale. Irreprensibile e vivace è ormai arrivato a ventitré anni. Ha fatto anche l’esperienza del dolore e del dolore più profondo. Nel 1832 muore il fratello Giuseppe, nel 1845 la sorella Caterina, nel 1848 la mamma e nel 1853 il padre. Questi lutti lo hanno segnato. Ma, educato cristianamente, non subisce sbandamenti irreparabili. Interrogativi sul futuro non gli mancano. Una sosta imprevista tra i Passionisti a Sant’Eutizio (Viterbo) gli mette dentro qualcosa che non riesce a dimenticare… La morte poi di una persona cara, tormentata al termine della vita dal demonio e da gravi problemi di coscienza rende gli interrogativi ancora più acuti e pressanti. Nel 1854 si concede un mese di preghiera e di riflessione nel vicino convento passionista dei Santi Giovanni e Paolo. Vuole guardarsi dentro e pensare seriamente al futuro. Partendo regala un crocifisso di avorio ad ognuno dei famigliari. Alla loro meraviglia, spiega: “Non si può mai sapere cosa succederà”. Forse lui già sa. A casa non tornerà più. Il fratello Luigi, di idee liberali, sospetta qualcosa e si precipita da lui scongiurandolo di cambiare idea. Ma inutilmente. Cesare va al Monte Argentario (Grosseto) per iniziare il noviziato e prepararsi alla vita passionista. Porta con sé l’attestato del cardinale vicario di Roma. Il giovane, vi si legge, “splende per integrità di costumi, per singolare pietà e impegno religioso”. E’ costretto però ad interrompere il noviziato dopo neppure un mese per motivi di salute e, strano a dirsi dato il suo carattere vivace, perché è “troppo dominato dalla malinconia”. Chiede ed ottiene di restare ugualmente in convento. Studia teologia in preparazione al sacerdozio offrendo a tutti l’immagine di giovane intelligente e spiritualmente impegnato. Il 22 dicembre 1855 è ordinato sacerdote dall’esemplare monsignor Giuseppe Molajoni passionista, già vescovo in Bulgaria. Rimessosi in salute rinnova la domanda di entrare tra i Passionisti. Viene mandato a Morrovalle (Macerata) dove arriva il primo aprile 1856. Questa volta la salute non darà fastidi e il giovane si mostrerà “gioviale quanto mai”. Veste l’abito il 27 aprile prendendo il nome di Bernardo Maria. Il successivo 10 settembre lo raggiunge un elegante diciottenne proveniente da Spoleto, il futuro san Gabriele dell’Addolorata. Bernardo lo guarda con occhio indagatore e si domanda perplesso: “Riuscirà questo damerino?”. Resteranno insieme quasi un anno emulandosi nella santità. Il vicemaestro padre Norberto Cassinelli scriverà che Bernardo “andava innanzi a tutti nell’esercizio delle virtù non escluso Gabriele dell’Addolorata”. E Gabriele viene affidato come compagno proprio a Bernardo; da lui riceve le prime istruzioni sulle usanze passioniste. Bastano pochi giorni e Bernardo si accorge che Gabriele fa sul serio; corregge subito il tiro e profetizza: “Questo damerino passerà davanti a tutti”. Il 28 aprile emette la professione religiosa. Testimoni sono Gabriele dell’Addolorata e Norberto Cassinelli. Ultimati gli studi inizia il lungo periodo a servizio dei confratelli: servizio che durerà quarantacinque anni, fino alla vigilia della morte. Nel 1861 è pro- fessore e direttore degli studenti teologi. Dal 1865 al 1869 è maestro dei novizi; per questo compito è necessaria una duplice dispensa della Santa Sede poiché Bernardo non ha ancora trentacinque anni di età e dieci di professione religiosa. Ricopre poi la carica di superiore e consultore provinciale. Nel 1876 subentra nel governo al provinciale, morto prima della scadenza naturale del mandato. Nel 1878 (non ha ancora quarantasette anni) è eletto superiore generale della congregazione. Il verbale del capitolo parla di “vero dolore ed amaro cordoglio” di Bernardo che “con umilissimi sentimenti protesta di riconoscersi incapace a sostenere questa carica e prega di essere esonerato”. Deve intervenire il delegato del papa, il cardinale Lorenzo Nina, per farlo accettare. Resterà alla guida della congregazione, sia pure con qualche breve intervallo, fino al 1907 e sarà rieletto sempre al primo scrutinio. Ad ogni elezione Bernardo si protesta incapace di governare la congregazione, ma i padri elettori non cedono alle sue sincere e insistenti richieste. Vedono in lui, e vedono bene, il perfetto superiore illuminato e lungimirante, vigile e deciso, saggio e perspicace, intuitivo e capace di sintesi; legato alle sane tradizioni ed aperto alle istanze del nuovo, largo di vedute e concreto nei progetti. Costante in lui il richiamo al fondatore Paolo della Croce e l’impegno a “tornare alle origini”. Decide sempre guidato da prudenza e dopo profondo discernimento. Dolce e paterno anche quando è costretto a richiami e provvedimenti. E poi, anzi prima di tutto, quella sapienza frutto della preghiera e quindi dono di Dio. Chi meglio di lui può guidare la congregazione? Nel 1893 Bernardo per evitare “guai” rinunzia addirittura a partecipare al capitolo che dovrà eleggere il nuovo superiore generale. Ma mentre si allontana da Roma, gli appare san Gabriele. Bernardo torna sui suoi passi. Manco a dirlo viene eletto al primo scrutinio. Questa volta con meraviglia di tutti accetta senza fiatare. Lui solo sa il perché. In seguito, raccontando il fatto, Bernardo commenterà: “Quel ragazzo me ne ha fatto una grossa, ma proprio grossa”. Due volte rinunzia, pregando il papa di esonerarlo dall’incarico. Nel 1907 (ha ormai settantasei anni) Pio X a malincuore accoglie la rinunzia constatando le sue precarie e peggiorate condizioni di salute; vuole però che conservi il titolo di generale ad honorem. Lui ci scherza su definendosi “un generale senza soldati”. Il periodo del generalato di Bernardo resta tra i più difficili della congregazione sia per i problemi interni dovuti alla crescita numerica e alla presenza in nuove nazioni, sia per la bufera politica che porta alla soppressione degli ordini religiosi. I problemi che deve subito affrontare non sono pochi: riaprire o aprire nuovi conventi dopo la soppressione; lavorare per l’espansione dell’istituto; salvaguardarne lo spirito minacciato da alcuni che pretendono relegare ad un ruolo secondario la dimensione contemplativa e comunitaria ereditata dal fondatore; incarnare in nuove culture e differenti sistemi di vita il carisma della congregazione nata in Italia. Problemi tutti che Bernardo risolve egregiamente. Il santo generale richiama in continuazione ad essere fedeli al fondatore. Lavorando in questa direzione va incontro a grandi gioie ma anche a inevitabili amarezze e contrasti. Vive le gioie con animo grato; affronta i momenti burrascosi sereno anche se amareggiato, paziente ma deciso, umile ma fermo. Bernardo lega il suo nome a numerose fondazioni sia in Italia che all’estero. Durante il suo superiorato la congregazione vive una straordinaria fioritura di attività, di personale, di nuove case religiose. Alla sua morte è raddoppiato il numero dei religiosi, delle case, delle province. Apre nuovi conventi oltre che in Italia anche in Messico, Australia, Inghilterra, Francia, Olanda, Belgio, Irlanda, Usa, Cile, Spagna, Argentina. Con i dovuti permessi utilizza il suo ricco patrimonio familiare per il bene della congregazione: riscatta conventi, ne acquista di nuovi, abbellisce chiese, aiuta i poveri. Per sé non ritiene niente. Vive povero e muore povero. Istituisce i seminari dove accogliere i ragazzi desiderosi di abbracciare la vita passionista. Iniziativa che produrrà frutti molto consolanti. Lui stesso nel 1890 passerà con gioia parte del suo tempo nell’insegnare grammatica ai piccoli seminaristi. Darà sagge direttive per gli addetti all’educazione dei giovani. Per la formazione dei novizi scriverà i “Trattenimenti spirituali”. Auspica, da uomo prudente, che la professione religiosa sia prima temporanea e poi perpetua. Ciò che in seguito diventerà legge della Chiesa, come da lui predetto. Apre a Roma nella casa generalizia lo studentato internazionale con risultati positivi sia per i singoli che per l’intera famiglia passionista. Dà un deciso impulso alla formazione umana, culturale e religiosa nella congregazione. Con Bernardo l’istituto acquista concretamente la dimensione di internazionalità. Nessuna fascia di età sfugge al suo interesse ed al suo intervento. E’ attento ai grandi problemi che investono la congregazione, ma anche alle minuzie che riguardano i singoli religiosi. Non disdegna di mandare una lozione particolare ad un giovane studente teologo preoccupato per la caduta dei capelli. Non reputa perdita di tempo confezionare pacchetti e spedirli a chi gli fa richiesta di pinze, piccoli arnesi da lavoro, corone del rosario. Arriva a tutti con squisita carità. Serve la congregazione di cui si sente figlio con una dedizione materna fino al dono completo di sé. Scrive deliziosi e interessanti libri redatti nei ritagli di tempo: l’oggetto è la teologia della vita religiosa, lo spirito della congregazione, gli esemplari e i modelli della vita passionista. Negli scritti, veri gioielli di ascetica e di sto- ria dei primi tempi passionisti, traduce il desiderio di tramandare ai posteri il genuino spirito del fondatore e di coloro che meglio lo hanno incarnato. Vuole che non vada perduta tanta ricchezza di santità. Scrive per animare i confratelli, per formare la coscienza religiosa e passionista. Nel 1882 scrive anche “Regole generali di civiltà e buona creanza”, soprattutto per la formazione dei giovani, ma quanto dice è utile a tutti perché favorisce una vita comunitaria veramente fraterna. Invia lettere pastorali, dialoga con ogni religioso, visita comunità sia in Italia che all’estero, stimola ognuno ad essere fedele al carisma passionista. E c’è il suo esempio. Irreprensibile in tutto, viene chiamato “la regola vivente” e salutato come il “secondo fondatore”. Con il passare degli anni non si spegne la spinta data da Bernardo alla congregazione. Anzi perdura ancora oggi. E’ stimato dai papi per la sua santità e per le sue doti umane. Leone XIII lo chiama “santissimo uomo”; Pio X dice ai Passionisti: “Voi avete un santo per superiore generale”. Molti, ma inutili i tentativi per crearlo cardinale. Bernardo si mostra sempre deciso nel rifiutare interponendo anche la mediazione di persone influenti perché convincano il papa a lasciarlo nella solitudine del convento. Ma anche i papi si affidano a influenti mediatori perché convincano Bernardo ad accettare la berretta cardinalizia. L’ultimo tentativo viene fatto nel 1909 dal principe don Alessandro Ruspoli, maestro del Sacro Ospizio, su preciso incarico di Pio X. L’illustre mediatore immagina il risultato della difficile missione. Ma al papa bisogna obbedire e si reca a Sant’Eutizio. Bernardo accoglie la proposta con un sorriso, indica con il dito il muro della stanza e risponde: “Dica al santo Padre che se mi manda il cappello cardinalizio, lo attacco a quel chiodo”. Bernardo ormai è tutto proteso verso l’eternità. Altro che porpora cardinalizia. Gli ultimi anni li passa nella preghiera e nella solitudine anche se non sempre riesce a nascondersi. Ognuno vuole il conforto di una sua parola, la luce di un suo consiglio, un ricordo nella sua preghiera, la grazia di una sua benedizione, la gioia di un incontro con lui. Cambia spesso convento: per contentare i superiori e le comunità che lo richiedono, per sfuggire a continue visite che lo distolgono dal raccoglimento, per timore che una permanenza prolungata risulti di peso. “Quando ero in buona salute, dice, ho servito tutti e invece adesso mi tocca essere servito e mi tocca recare noia”. I confratelli invece sentono la sua presenza come una benedizione e non vorrebbero mai staccarsi da lui. Il 16 giugno 1911, dopo lunghe peregrinazioni, Bernardo giunge a Moricone (Roma). Vive gioiosamente insieme ai confratelli dando a tutti esempio di umiltà, di preghiera, di piacevole conversazione. L’antivigilia della morte confida al religioso infermiere che la sua fine è ormai vicina e come commento aggiunge il versetto del salmo ventuno: “Quale gioia quando mi dissero: Andremo nella casa del Signore”. Muore, come da lui predetto, per una caduta mentre sta salendo una scala breve ma ripida. E’ il 9 dicembre 1911. Giovanni Paolo II lo dichiara beato il 16 ottobre 1988. Il 31 maggio 1908 era avvenuta la solenne beatificazione di Gabriele dell’Addolorata. Nella circostanza Bernardo si trovava a Roma per presiedere il capitolo generale su incarico del papa, benché lui non fosse più superiore. Tutti vanno in San Pietro per partecipare alla solenne cerimonia. Agli studenti che stanno partendo chiede di raccomandarlo al nuovo beato. Lui, schivo e riservato, preferisce restare in convento; nel silenzio si nutre di dolcissimi e commoventi ricordi, tornando al tempo in cui era vissuto insieme a Gabriele. Un giorno Bernardo pensando a lui aveva detto: “Quel ragazzo me l’ha fatta, ma io lo raggiungerò”. La storia ci dice che c’è riuscito


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